L’ Africa dei miei occhi e del mio cuore Marco Visonà – Aprile 2020

La povertà te la possono anche raccontare.
Ti possono persino dire che la Sierra Leone è uno degli stati
con il più alto tasso di mortalità infantile, con il più basso
indice di sviluppo umano, con un PIL pro capite che non
raggiunge i seicento euro all’ anno.
Tutte queste cose te le possono ben spiegare. E tu puoi anche
pensare di aver capito la situazione.
Ma poi decidi di partire e ti rendi conto che eri distante anni
luce dall’ aver compreso.
Sì, perché la povertà non è fatta di numeri e di statistiche.
La leggi sul volto della gente, la respiri, la vivi, te ne riempi i
polmoni.
Ed allora la musica cambia completamente.
Questo è il racconto di alcuni episodi del viaggio in Sierra
Leone che ho compiuto ad inizio anno con Medici con l’ Africa
Cuamm e con i miei amici di In Moto con l’ Africa, che ne
sostiene e supporta il lavoro, occupandosi di raccogliere fondi
per i trasporti, soprattutto in moto.
E’ però fondamentalmente uno spaccato del tortuoso percorso
che ho fatto all’ interno delle pieghe più remote della mia
anima e delle sue debolezze.
E’ la testimonianza della iniziale sofferenza provata per la mia
inadeguatezza e del senso di colpa per la mia condizione di
privilegiato.
Si è deciso di organizzare una Missione con partenza da
Freetown, la capitale, per raggiungere poi la parte più remota
del paese, nel distretto di Pujehun.
Volevamo infatti renderci conto di persona e toccare il
problema con mano, per poter ottimizzare ed indirizzare il
nostro lavoro.
Il primo desiderio che si ha, appena arrivati in Sierra Leone, è
quello di voler fuggire.
La corrente elettrica è molto scarsa. L’ acqua di conseguenza.
Tranne alcune strade principali che stanno costruendo società
cinesi, la rete viaria è costituita prevalentemente da strade
sterrate.
Non esiste quasi niente di quello che noi diamo per scontato
che debba esistere.
La maggioranza della gente, soprattutto nelle zone periferiche,
è decisamente malnutrita.
Le case sono in maggioranza baracche, se si escludono alcuni
palazzi della capitale, ad appannaggio degli occidentali.
Molte abitazioni, soprattutto rurali, sono costruite con mattoni
fatti di terra essiccata.
Il clima è sgradevole. Un caldo umido nella migliore delle
ipotesi. E poi, durante la stagione estiva, pioggia ed acqua
torrenziale per mesi.
Il sistema sanitario è precario, per usare un eufemismo. Una
mamma su diciassette muore di parto.
Gli ospedali esistenti sono sempre in affanno, con carenza
cronica di tutto: personale, strumenti, medicine.
In sintesi, quanto di più vicino alla rappresentazione che
abbiamo dell’ inferno.
E quindi è chiaro che la prima reazione sia quella di dire: non
c’è niente da fare. Scusate il disturbo, come non detto, torniamo
a casa.
Ma poi vedi la gente. Guardi i loro occhi, pieni di travolgente
vitalità. Osservi i loro sorrisi, nonostante tutto. Ed allora pensi
che è vero che non hai capito niente. Ti rendi conto che devi
solo ascoltare il tuo cuore. Avere la voglia di imparare, non di
insegnare. E comincia quindi il tuo percorso interiore, che ti
porterà ad individuare il tuo nuovo cammino.
Dopo un viaggio durato quasi tutta la nostra prima giornata,
siamo arrivati a Pujeun, passando per Bo. Siamo stati ospitati
nella guest house adiacente all’ ospedale gestito direttamente da
Medici con l’ Africa. E qui si verifica il primo fatto scatenante.
Alla mattina vengo svegliato prima dal richiamo del muezzin e
dopo da un poderoso canto gospel.
Dopo essermi vestito, esco con Michele, mio compagno di
stanza e di avventure da una vita.
Il coro è quello della scuola femminile dall’ altra parte della
strada. Una struttura semplice, aperta ai lati. Mi avvicino ad
una delle aperture e vengo letteralmente rapito. Il maestro stava
motivando le ragazze, le stava incitando a non aver paura. Il
tutto condito da canti e balli. E le ragazze sembravano quasi in
estasi, con un continuo scuotimento di testa e spalle.
Il docente ci vede e ci chiama. Si informa su chi fossimo e
glielo spiego.
Si rivolge alle scolare, dicendo loro che eravamo due
cooperanti del Cuamm, lì per dare una mano a risolvere un po’
dei loro problemi. E poi mi da’ la parola. Ed io letteralmente
non capisco più niente. Vengo sopraffatto dall’ emozione ed
entro in una specie di trance mistica.
E comincio un sermone. Mi vengono fuori frasi del tipo: “ sono
io che devo ringraziare voi, perché mi state spiegando cosa
vuol dire affrontare la vita “, “ voi siete il nostro futuro”, “noi
crediamo in voi”, “la vostra forza sarà maggiore delle
difficoltà”. Per finire poi con un perentorio “ God bless you
all ! “
Saluto, mi giro e vedo Michele a bocca aperta, che mi dice: ”
non pensavo tu fossi anche un predicatore…”. Non ne avevo la
più pallida idea anch’io. Sapevo solo che mi mancava il respiro.
Che avevo un nodo alla gola che non riuscivo a digerire. Che
avrei avuto voglia di urlare a squarciagola.
Secondo tappa della mia catarsi alcune ore dopo, all’ esterno
del centro medico periferico di Gbondapi. Mi inginocchio a
vedere due bimbe che stanno giocando a terra. Le osservo, mi
sembrano proprio due belle bambine. Penso che potrebbero
essere mie figlie o forse due nipotine.
Nel frattempo si avvicina il medico olandese, direttore dell’
ospedale di Pujehun. Mi chiede: “ Come ti pare che stiano ?”.
“Bene” rispondo. “ Guarda i capelli, gli occhi, il muco “
ribatte. Morale: malnutrite ed una delle due con una cronica
bronchite che chissà in cosa sarebbe sfociata.
Altra pugnalata diritta al cuore e senso di impotenza. “Dio, se
ci sei, dammi la forza di resistere !”
Terzo episodio. Dopo due ore di navigazione fluviale, su una
piccola barca a motore, arriviamo a Saame, un piccolo
villaggio sperduto nel niente, dall’ altra sponda del fiume
rispetto alla nostra di partenza.
E qui succede l’impossibile. Quanto di più clamoroso avrei mai
potuto pensare. Una fucilata di emozioni in pieno petto.
Sbarcati, vengo letteralmente investito da una cinquantina di
bimbi ululanti che vogliono toccarmi, darmi il cinque,
letteralmente assalirmi.
E quindi, anche in senso di difesa, inizio ad organizzare una
serie di giochi per coinvolgerli tutti. Alzo una mano e loro
anche. Ne alzo due ed i bimbi mi seguono. Bene proviamo man
mano con qualcosa di più complesso. Alla fine si crea un’
atmosfera irreale fatta di canti, urla, salti. Tutti cercano di avere
la loro parte nella storia, dove io sono il centro e loro mi
gravitano attorno.
Vengono poi richiamati all’ ordine. Devono ritornare nella loro
capanna scuola.
Resto solo e prosciugato. Mi domando perché abbiano scelto
me per questa loro esplosione di calore umano. Mi rispondo
che forse è dovuto alla mia fisicità, alla mia altezza di quasi
due metri. Non avranno mai visto un uomo bianco così alto, mi
dico. Ma mi convinco che sia un segno. Un segnale, che mi è
arrivato chissà da dove, per tracciare il mio nuovo percorso.
Altra voglia di piangere, ma non posso. C’è troppa gente che
potrebbe vedermi….
Quarto capitolo. Ospedale materno PCMH di Freetown. Ci
stanno spiegando come sono organizzati, le difficoltà di
lavorare a volte senza acqua, con pochi posti letto, con una
rianimazione frutto di una generosa donazione, ma
insufficiente. Ci stanno raccontando della mancanza di bagni,
delle problematiche di dover seguire molte più partorienti di
quante si potrebbero. Poi arriva Ester, una dottoressa italiana
che sta facendo sei mesi di specializzazione come rianimatrice.
Ci dice che è arrivata da poco e ci racconta di come siano
grandi le montagne da scalare. “Pensate – prosegue – che la
settimana scorsa è entrata una mamma con una brutta
emorragia”. “ Cerco di stabilizzarla, ma va in arresto cardiaco”.
“ Chiedo un defibrillatore, ma non si trova. Dovrebbe
essercene uno, ma nessuno sa dove sia. Forse è rotto, mi
dicono”. “ Allora chiedo un po’ di adrenalina”. “Non c’è, mi
rispondono”. Proseguendo ci domanda:” Sapete cosa abbiamo
fatto ? “ No, rispondiamo. “ Ci siamo messe in cerchio, io e le
infermiere, ed abbiamo iniziato a pregare…”. Mi aspettavo che
il Signore le avesse dato una mano, ma non avevo il coraggio
di interrogarla. “ E come è andata a finire ? “ chiede una voce
dal capannello di persone che si era intanto formato. Risposta :
“ Ha chiuso gli occhi ed è volata via !”. Le gambe hanno
iniziato a tremarmi. Madre mia, dall’ alto dei cieli, dammi la
forza di non svenire.
Volo di rientro, vendetta di Montezuma. Notte passata fra il
sedile ed il bagno.
A casa di Michele mi aspettano le mie amate donne: mia
moglie e mia figlia. Mi caricano in macchina per portarmi a
casa e mi domandano come sia andata. Inizio a parlare, ma le
parole si inceppano. Comincia a mancarmi il fiato. Inizio con
un pianto a dirotto. Non riesco a continuare il mio racconto. Mi
escono tutte le lacrime che avevo cacciato giù negli ultimi
giorni. Un pianto liberatorio, la fine della mia sofferenza.
Un paio d’ore più tardi mi sale la febbre e sono costretto a
correre al Pronto Soccorso di Padova, per scongiurare che fosse
malaria.
Rispetto a quanto avevo visto in Africa, un paradiso.
Continuo a fare i complimenti a tutti i medici, che mi prendono
se non per pazzo, quantomeno per “singolare”.
Loro non capiscono, io sì.
Ho trovato la strada, finalmente mi rendo conto che è possibile
cambiare il mondo.
Sono diventato un visionario ?
No, semplicemente ho realizzato quanto sia necessario che
ognuno di noi si impegni a fare la propria parte. Piccola o
grande che sia.
Tante semplici azioni possono fare la differenza.
Ogni vita salvata non è solo un decimale detratto dalle fredde
statistiche.
Ma una storia, una faccia, un sorriso, un abbraccio.

 

 

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